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Forse può essere stata toccata nell’intimo dalle parole rivolte dal leader del movimento per i diritti civili non ai ‘malvagi’ ma a coloro che credono di essere dalla parte giusta ma, consapevolmente o meno, conservano nel loro quotidiano le catene della segregazione forgiate nel pregiudizio. La sceneggiatura però, saggiamente, non ci dà modo di saperlo. Il gaberiano ‘mangiare un’idea’ resta un’utopia che è impossibile da concretizzare così come non si possono ritrovare i compiti da correggere di un tempo ormai passato..

Video Chris è un giovane artista di strada. Bombetta, giacca e bastone, balla il tip tap su un tappeto di mattonelle sconnesse accanto alla spiaggia di Nisida, ai piedi del costone di Posillipo. Un angolo della città in cui la bellezza vince sull’incuria.

James Marsters è un vero asso della recitazione teatrale, prima ancora di essere un vampiro ossigenato e molto assomigliante a Billy Idol. La sua carriera sopra il palcoscenico è costellata di record e decorazioni per il suo straordinario talento di interprete shakespeariano. E mentre le teenagers ansimavano nel vederlo nudo in tv, in una scena con Sarah Michelle Gellar, lui si era già mostrato come mamma l’aveva fatto a teatro.Dopo aver studiato alla Davis High School di Modesto (California), frequenta la prestigiosissima Juilliard School, seguita dal Pacific Conservatory of Performing Arts e dall’American Conservatory Theatre.

Recita infine per Steven Spielberg nel film bellico War Horse, e per il regista francese Luc Besson nel biopic The Lady, sulla straordinaria vita del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Lo ritroviamo poi alle prese con il film di Terry Gilliam The Zero Theorem e Il quinto potere di Bill Condon. Nel 2014 recita in Stonehearst Asylum e in seguito entra a far parte del cast nel film La teoria del tutto, primo film cinematografico a portare sul grande schermo la vita di Stephen Hawking.

Perché l’attrice produce un dosaggio perfetto di segni espressivi, che conferma il suo stile recitativo introverso e privo di manierismi. E il pubblico in sala non può che elaborare quello che l’interprete fa e dice. Se il cinema è un territorio inevitabilmente relazionale, Julianne Moore è il punto più intenso della relazione, una luce di evidenza e di chiarezza, che narra e fa conoscere allo spettatore una patologia crudele.

Momento magico, il decennio del ’60, per gli attori svedesi che apparivano nelle opere di Ingmar Bergman. In particolar modo per lei, Ingrid Thulin, che si accaparrò le copertine delle riviste cinematografiche più prestigiose. Protagonista assoluta di alcuni dei capolavori del grande maestro, fu esaltata come una delle più grandi rivelazioni di un cinema che, fino ad allora, non aveva fatto altro che sussurrare, ma che ora gridava.

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